Prendersi cura

Qualche tempo fa scrissi, come contributo alla ricerca di un’amica, una riflessione sul prendersi cura in Teatro. sotto trovate il link per trovare il libro di cui sto parlando: Teatromoto.

Oggi qui vorrei continuare in un senso più largo. Quella volta consideravo il teatro come parametro del quale prendersi cura sotto vari punti di vista, con il bisogno di non perderne per strada nessuno, altrimenti tutti ne risentirebbero.

Considerare il teatro come sistema sinergico e simbiotico mi aiutò a definire il senso di “cura” e anche a darmi un’efficace spiegazione alla definizione di salute data dall’O.M.S..

Come professionista sanitario, educatore professionale, mi trovo spesso a riflettere sulle complessità delle situazioni perchè le autonomie siano effettive ed efficaci, sia con i singoli, sia con le collettività.

Non sempre si raggiungono i risultati attesi e molto più spesso mi ritrovo a ragionare sulla previsione dei risultati piuttosto che sulle cause degli insuccessi. Inquadrando ogni situazione come un sistema e non come un singolo elemento ci si infila in percorsi molto più complicati, a volte demotivanti a causa delle variabili coinvolte, che se spezzettati generano sotto-obiettivi in grado di portare l’intero sistema ad una crescita esponenzialmente positiva grazie a semplici azioni che nella loro singolare complessità appaiono operazioni titaniche.

Prendersi cura è un modo di essere pronti a reagire ai bisogni di chi o cosa ci prendiamo cura. Nel mondo dell’educazione diciamo “presa in carico”, farsi carico, portare con se il carico del da farsi per accompagnare l’utenza verso un’autonomia prevista e progettata.

Questo tipo di presa in cura la conoscono bene i genitori, che si prendono carico di tutti i bisogni dei propri figli, in un meccanismo a scalare, si spera. Lo conoscono bene anche i professionisti d’aiuto, i volontari, le organizzazioni del terzo settore e tutti quelli che provano ad andare in questa direzione.

Nell’accezione che voglio presentare è però qualcosa che dovrebbe diventare linguaggio comune anche nel mondo del profit e anche di tutte le relazioni, indipendentemente dalla tipologia.

Nelle relazioni siamo abituati a pensare che non sempre ci siano elementi di cura, ma non è così. L’amico che ti risponde al telefono nella giornata no, il collega che ti da il buongiorno, il conoscente che ti offre il caffè, il buongiorno che dai al giornalaio e il grazie dal panettiere, sono tutti elementi di cura. sono fondamentali per un vivere sereno e socialmente condiviso. per riuscire a notarlo e ad essere in grado di agirla questa cura, ha però bisogno di due elementi tra tutti: Ascolto e cura di sè. Per il primo dedicheremo un articolo a parte, per il secondo possiamo fin da subito renderci conto che il meccanismo da seguire è molto simile, quasi affine, al ragionamento generale di questo articolo. Perchè prendersi cura di sè è un elemento della complessità generale che dentro se stesso porta altra complessità e altri pezzettini da sviluppare singolarmente in un sistema sinergico. Prendersi cura di sè potrebbe apparire facile perchè siamo tutti convinti di saperlo fare, di essere in pace con noi stessi eppure non è raro incontrare qualcuno che risponde male senza motivo, non siamo rare le persone irascibili a casa perchè a lavoro hanno avuto una giornata difficile ma non riescono a lasciarsela a lavoro. O viceversa chi porta al lavoro i fastidi personali. Non sono affatto rari nemmeno quei fatti discutibili che accadono perchè ognuno di noi si genera percezioni che non sa asocltare e alle quali reagisce in modo non sempre funzionale all’obiettivo.

Nei corsi di formazione per professionisti d’aiuto si tende ad invitare i partecipanti ad un maggior ascolto di sè e a dedicarsi il tempo necessario per stare bene, in salute. Non tutti i professionisti d’aiuto ci riescono, figuriamoci a chi non viene nemmeno fatta la proposta. Con questo non voglio dire che nessuno è in grado di ascoltarsi, però è bene tenere sempre alta l’attenzione e non abbassare la guardia perchè nessuno è esonerato dal doversi ascoltare e non facendolo rischia di perdere il contatto con i bisogni a cui vogliamo rispondere. chi per amore, chi per lavoro, chi per vocazione, chi per passione, se stiamo bene con noi stessi possiamo essere reattivi costruttivamente.

insomma, voi come state?

 

AUTORE

Michele Battistella

Definirmi professionalmente in modo univoco è stato per me sempre complesso oltre che distante dalla mia idea di professionalità. Nel corso degli anni, della mia esperienza e formazione, cose molto diverse fra loro mi hanno permesso di costruire un core professionale basato sulla visione d’insieme, sull’individuazione delle opportunità, della possibile evoluzione. Questo si verifica sia quando lavoro in maniera individuale o collettiva, in campo sociale o tecnico. Mi piace occuparmi di progettualità nel loro insieme, dalla facilitazione per scoprire gli obiettivi fino alla realizzazione e alla valutazione. Mi piace condividere pezzi di strada in situazioni eterogenee.

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