La ruota di Medicina – n.1

Da qualche anno ho scoperto che in giro per il mondo ci sono un sacco di strumenti per
progettare e progettarsi. Voglio iniziare così una serie di articoli nella quale presente i metodi che
ho avuto modo di sperimentare e conoscere e carpirne le potenzialità. Non vi terrò sulle spine
rispetto a quale strumento uso personalmente in modo più agevole. Ve lo racconto proprio
adesso.
È uno strumento di progettazione che deriva in realtà da uno stile di pensiero, una filosofia,
addirittura una religione. Ma al bando le connessioni umanistiche e scopriamone la genialità.
I nativi americani, i Pellerossa, per capirci, avevano quello che a noi sembra una strana
interpretazione della “medicina” considerandola come il bagaglio di sapere ed esperienze che
fanno vivere bene un essere umano. Uomini e donne di medicina, medici se vogliamo trovare un
parallelo, non avevano conoscenze anatomiche stupefacenti quanto più conoscevano canti e ritmi
che permettevano al malato di resettarsi e dunque guarire. Ci sembra scientificamente
inammissibile oggi che conosciamo farmaci, anatomia, fisiologia e milgliaia di metodi diagnostici.
Potremmo approfondire concentrandoci su quanto oggi siamo sempre meno in grado di
riconoscer segni e sintomi e ci rivogliamo al medico per un’unghia rotta. Non parliamone poi ai
tempi del Covid-19. Torniamo alla “medicina” che interessa a noi per ora. Dicevamo quanto
fossero importanti canti e ritmi, ed è su questo che si concentra la progettazione in questo senso.
Per offrire un principio scientifico per dare credito al senso e significato del ritmo vi invito a dare
un’occhiata alle ricerche di Masaru Emoto e gli effetti positivi o negativi di ritmi diversi sulle
molecole d’acqua. Se torniamo ai ritmi, tutti sappiamo che il ritmo per essere tale porta con sé
una ciclicità. Una suddivisione in sottoparticelle che ripetendosi in un determinato ordine generalo
il ritmo. Cambiando l’ordine si può generare un ritmo nuovo più bello o interessante oppure si
genera un disturbo che non permette al ritmo di proseguire interrompendone il flusso. La
metodologia più utilizzata per la progettazione sociale, il PCM (Project Cycle Management) si
basa su questo principio ma ne parleremo nel dettaglio in futuro. La ruoti di medicina è un modo
di vivere la vita, suddividendola nei suoi cicli più piccoli fino al ciclo del singolo progetto o
momento. Una suddivisione che permette di riconoscere il nostro sentire e nostre percezioni per
vivere le varie fasi del ciclo che ci interessa e individuare gli elementi che ci permettono di
incatenare i vari cicli per ottenere il macro flusso di cui facciamo parte.
La ruota si divide in quattro spicchi che non a caso si traducono nelle quattro stagioni. Il metodo
si connette strettamente al ciclo di vita del pianeta che ci ospita e le stagioni dimostrano
chiaramente come il mondo si concentri in momenti diversi dell’anno su aspetti diversi.e
complementari del continuare a vivere e prosperare. Proviamo dunque a fare un parallelo tra
obiettivi della terra in ogni stagione ed effetto/funzione sul ciclo di progetto.
Un po’ come l’anno solare inizia in inverno anche il nostro primo giro di ruota comincia in questa
fase. È il momento in cui si riposa e si prepara il terreno per la stagione successiva. È dunque nel
contesto progettuale il momento in cui riconoscere i bisogni, analizzare il contesto ed individuare i
sogni per il futuro. Quando arriva la primavera la terra si risveglia da un letargo apparente e si
lancia nella creazione di nuovi prodotti (frutti), nel progetto questo è il vero e proprio momento di
progettare, creare, lasciarsi trasportare dall’immaginazione e dai desideri. È quel momento in cui
ogni utopia è possibile e ci prepara all’estate, momento dedicato al fare. È qui che si realizzano le
attività che sono state immaginate in precedenza ed è qui che si fanno i conti con possibile e non
possibile, attuabile e non attuabile. È qui che ci prepariamo per l’autunno dove la madre terra
lascia andare quello che non serve più e conserva e protegge quello che dovrà sopravvivere
all’inverno. L’autunno è la stagione in cui criticare, in cui riconoscere successi ed insuccessi per
stimolare la riflessione a seguire. Ed eccoci che torniamo ad un nuovo inverno dove tutto ha
nuovamente inizio, ma con un bagaglio riempito di insostituibili scoperte che si arricchisce di ciclo
in ciclo.
Possiamo applicare questo approccio ad infiniti campi della nostra esistenza e ad infinite cose
che ci circondano. Non sempre gli eventi sono allineati alle stagioni. Pensate alla scuola ad
esempio che in questo senso va proprio all’opposto ma le fasi che riconosciamo in un anno
scolastico sono le stesse.
Per chi fosse interessato a conoscere meglio questo metodo il primo passo da compiere è
individuare in quale fase ci troviamo in uno dei progetti che ci stanno a cuore. Sia dal punto di
vista del progetto in se sia di noi rispetto alla percezione del progetto stesso. Vi faccio un
esempio: mettiamo caso che vogliate progettare di fare qualche giorno in montagna tra
camminate e panorami e mettiamo per puro caso che il Covid-19 vi impedisca di cambiare
regione. Ecco le vostre possibilità creative saranno limitate dal fatto che la vostra regione la
conoscete a menadito e il weekend in montagna perde di valore. Al che comincerete a

immaginare altri modi per investire meglio il vostro tempo, dopo apocoperò inizierete a
rimpiangere di non aver goduto di quella gita anche se dietro casa. Mettiamo invece il caso che
vogliate prendervi del tempo per ricaricavarvi e siete disposti a cercare un modo che sia
realizzabile e non vincolato per farlo. Vi metterete a riflettere per individuare nuove possibili
soluzioni incontrando almeno un’idea che vi soddisfi e che vi permetta di raggiungere il vostro
obiettivo.
Se paragonate i due esempi vi accorgerete che il progetto e l’obiettivo sono molto simili ma
vengono sviluppati in modo diverso. Nel primo caso, progetto e progettista non si trovano nella
stessa fase e messa così è un’autostrada per l’insuccesso e la critica. Nel secondo sia il progetto
che il progettista sono nella fase creativa e potrebbero dare origine ad un progetto talmente
positivo da generare un circolo virtuoso nei cicli successivi.
Non resta quindi che farci due domande: a che fase ci troviamo? E, a che fase si trovano le cose
che vogliamo realizzare?
Poi vediamo come fare!

AUTORE

Michele Battistella

Definirmi professionalmente in modo univoco è stato per me sempre complesso oltre che distante dalla mia idea di professionalità. Nel corso degli anni, della mia esperienza e formazione, cose molto diverse fra loro mi hanno permesso di costruire un core professionale basato sulla visione d’insieme, sull’individuazione delle opportunità, della possibile evoluzione. Questo si verifica sia quando lavoro in maniera individuale o collettiva, in campo sociale o tecnico. Mi piace occuparmi di progettualità nel loro insieme, dalla facilitazione per scoprire gli obiettivi fino alla realizzazione e alla valutazione. Mi piace condividere pezzi di strada in situazioni eterogenee.

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