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Facilitare è un verbo che si spiega da solo, almeno nel suo significato letterale. Rendere facile.
Eppure se uno di professione si determina Facilitatore non è affatto chiaro che cosa faccia. Per
qualcuno risolve problemi, per qualcun altro si prende carico delle cose da fare. Pochi, molto
pochi, si aspettano qualcosa nel mondo della formazione e ancora meno qualcuno che offra
processi di sviluppo per arrivare più facilmente ad un risultato desiderato.
La facilitazione è molte cose in realtà. Volendo tutte quelle che sono state usate qui come esempi
per contestualizzare il discorso, ma in realtà c’è bisogno di trovare un modo per spiegarla a chi
non fa parte del giro o non ha ancora avuto nessuno esperienza che si possa assimigliare a
questo modo di fare le cose.
Contrariamente a quanto viene ovvio pensare, la facilitazione non si sostituisce al fare le cose, o
meglio non dovrebbe. Chi si fa facilitare in un qualsiasi processo creativo e/o organizzativo non
viene in nessun modo esonerato dalla ricerca e sviluppo di competenze e ruoli che lo riguardano.
Un attore facilitato alla creazione di uno spettacolo non mette di essere attore e creatore
nemmeno per un secondo. Viene semplicemente portato a canalizzare le sue energie e
competenze verso il suo obiettivo in modo più efficace e potente: lo spettacolo fatto e finito.
In questo esempio quello che può accadere con la facilitazione è accorgersi di avere bisogno di
un tecnico luci fin da subito o di dover fare una ricerca che non si pensava necessariamente e
ancora che il tema dello spettacolo non è quello che si pensava, o che per parlare dello stesso
tema è necessaria una storia diversa.
Vi racconto un aneddoto che deriva da un’esperienza di facilitazione che mi è capitato di
coordinare qualche anno fa. Venni chiamato da una compagnia teatrale emergente per sviluppare
una performance per presentarsi al pubblico di sostenitori che avevano raccolto durante un anno
di sperimentazione teatrale. Era già stata comunicata una data per la performance e prenotato lo
spazio in cui avrebbe avuto luogo. Mancavano 6 giorni e da mettere in scena non c’era
assolutamente niente. Ad essere precisi questo er aquello che mi era stato comunicato ed era il
sentire dei componenti della compagnia. L’idea che mi ero fatto er dai canalizzare le intenzioni per
mettere in fila una storia per quanto semplice, scenicamente interessante e coinvolgente. Iniziai
con una riunione in un parco con pennarelli e cartellone. Doveva essere un momento per darsi
indirizzi precisi e scadenze, per farcela entro i 6 giorni rimanenti. Da quella riunione la compagnia
si accorse che le scene, la storia, i personaggi, la spettacolarità, esistevano già. Che lo spettacolo
era incredibilmente già scritto in un foglio immaginario e sarebbe stato sufficiente trascriverlo e
metterlo in scena.
Il pomeriggio di quello stesso giorno si rifletteva su costumi e scenografie e di eventuali
collaborazioni per musiche e attori secondari.
All’inizio del secondo giorno iniziarono le prove, che in una fluidità incredibile nel giro di
pochissimo cominciò a concentrarci sui dettagli, a tal punto che il 3° e il 4° giorno il lavoro di
facilitazione si concentrava sul non fare perché il processo stava andando in una direzione
talmente mentale che lo spettacolo si stava trasformando in un documentario a cielo aperto e tutti
erano d’accordo che non avrebbe risposto all’obiettivo finale. Arrivati al giorno della performance
ansie e preoccupazioni erano ormai rivolte unicamente al pubblico.
Apertura e Chiusura dello spettacolo non vennero in realtà mai provate. Per questioni
organizzative gli spazi cambiarono all’ultimo costringendo alla creazione di due scene (inizio e
fine) a mezzo’ora dall’apertura del “sipario”.
L’anno successivo quei 6 giorni di facilitazione vennero trasformati nei punti chiave di un percorso
lungo 8 mesi e dal quale nacque uno spettacolo talmente naturale che la compagnia si è ritrovata
a fare senza il bisogno di alcuna prova generale. Con una scenografia nata da sè. Musiche e
personaggi spontaneamente coerenti con il racconto.
Questo è solo un esempio di facilitazione, ovviamente unico come qualsiasi altro esempio che
potrei fare. È il senso e la successione di eventi che rende perfettamente l’idea di una
facilitazione. Quello che mi interessa che sia notato è il concetto di obiettivo comune che in
questo caso non è stato necessario trovare; a volte la facilitazione fa proprio quello. Se all’interno
della compagnia qualcuno avesse voluto annullare la performance, in modo da non deludere il
pubblico, il processo sarebbe andato in modo completamente diverso. E voi che obiettivo
vorreste raggiungere? O che obiettivo volete trovare? È facile scoprirlo, o al massimo ci si fa
facilitare.

AUTORE

Michele Battistella

Definirmi professionalmente in modo univoco è stato per me sempre complesso oltre che distante dalla mia idea di professionalità. Nel corso degli anni, della mia esperienza e formazione, cose molto diverse fra loro mi hanno permesso di costruire un core professionale basato sulla visione d’insieme, sull’individuazione delle opportunità, della possibile evoluzione. Questo si verifica sia quando lavoro in maniera individuale o collettiva, in campo sociale o tecnico. Mi piace occuparmi di progettualità nel loro insieme, dalla facilitazione per scoprire gli obiettivi fino alla realizzazione e alla valutazione. Mi piace condividere pezzi di strada in situazioni eterogenee.

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